ASCOLTARSI

Ho sempre basato il mio rapporto con le altre persone su poche ma solide basi.
Rispetto. Educazione. Collaborazione. Sincerità.
Sono una di quelle persone che ama il confronto, nel suo senso meno violento e meno sguaiato possibile.
Diciamo pure che amo la conversazione, lo scambio di opinioni.
Sono una di quelle persone che è cresciuta con l’idea che parlare ed esprimere ciò che si pensa, nel rispetto degli altri, sia una conquista, un comportamento imprescindibile nei rapporti umani. Perché penso che ciò che non viene detto poi vada perduto e non c’è cosa più triste del perdere le proprie idee e le proprie convinzioni.
Forse è per questo che ho iniziato a scrivere su questo blog.
Ora, questa mia modalità di vivere la applico a qualsiasi circostanza e situazione: in famiglia, con gli amici, in università, in palestra.
E, forse perché è un periodo in cui sto tirando un po’ le somme, forse perché ho appena perso una partita, mi sento di voler esternare dei pensieri, perché non voglio correre il rischio di perderli per strada.
Quando si entra in una palestra si fa una scelta. Si decide di dedicare una parte del tempo, del proprio tempo, a se stessi e ad altre persone. Si sceglie di sacrificare la comodità, il sonno, la stanchezza e di fare qualcosa che sappia dare un valore aggiunto alla nostra giornata.
Questo vale per tutti. Vale per gli allenatori. Vale per i giocatori.
E se c’è una frase che proprio non sopporto è “Potrei essere in qualsiasi altro posto e invece sono qui a perdere il mio tempo con voi”.
Potresti, in effetti. Potrei. Potremmo tutti. Ma siamo entrati in palestra, abbiamo consapevolmente deciso di provare a raggiungere un traguardo e non esiste in nessuna galassia di nessun universo che quando il gioco si fa duro e complicato, qualcuno rinfacci agli altri di stare sprecando il proprio tempo.
Perché io il mio tempo in palestra non l’ho mai sprecato, né quando ho vinto né quando ho perso.
Il vero tempo perso è quello passato a dire e pensare una frase del genere. pallavolo
Quando si entra in palestra per giocare a pallavolo, si fa anche un altro tipo di scelta: si sceglie di far parte di un gruppo.
E far parte di un gruppo, mi hanno insegnato, significa che ciascuno è importante. Ci potranno essere compiti diversi, ma il valore del singolo non cambia a seconda della maglia, della divisa o del fatto che l’allenamento lo si prepari o lo si esegua.
La serietà, la correttezza, l’educazione devono essere le medesime, senza distinguere tra allenatore, giocatore titolare o riserva. Perché prima di parlare di pallavolo si parla di rapporti umani.
E laddove ci sia egoismo, cecità o superbia, non ci può essere una squadra.
Parlo da ragazza di 23 anni che ha sempre rispettato chiunque, anche le persone che nel corso degli anni si sono permesse di dare giudizi o dare definizioni più o meno felici (e più o meno esatte) della mia persona: per poter parlare con chiunque ci vogliono due semplici cose.
Rispetto ed educazione.
Qualora manchino non ci sono le basi per un rapporto interpersonale, figuriamoci per un rapporto di squadra.
Chiedo scusa a tutti quegli allenatori che hanno dovuto sorbirsi le mie domande e i miei appunti negli ultimi dieci anni, so di essere una persona e una giocatrice impegnativa.
Ma per un atleta, per un ragazzo, è importante sapere di poter essere ascoltato. È fondamentale sapere di poter esprimere la propria opinione, di poter spiegare cosa non funziona in una determinata situazione. Perché poter parlare liberamente aiuta ad essere ben disposti all’ascolto e favorisce la collaborazione.
Avere una conversazione onesta e sentirsi ascoltati serve più di molti discorsi post partita persa 3-0 ed è più efficace di qualsiasi ritiro estivo.
Agli atleti viene chiesto di ascoltare le correzioni, i consigli, gli esercizi, ma troppo spesso non è richiesto di parlare.
Sembra anzi che parlare dia fastidio, perché quello che parla è l’allenatore.
Ecco allora, allenatore, io vorrei farti sapere che anche io ho qualcosa da dire. Ho consigli. Ho aspetti di me che vorrei migliorare.
Che parlare con me invece di parlare a me non renderà il tuo compito più difficile, ma più bello e stimolante.
Che il rispetto e la fiducia si guadagnano, in entrambe le direzioni.
Che il confronto è sempre positivo, le idee sono sempre positive.
E che forse se si parlasse con più franchezza e più disponibilità, se ci si considerasse come pari si potrebbe crescere molto. Entrambi.
Perché un esercito ha il suo condottiero, ma un condottiero non è nulla senza soldati che si fidano di lui.
Tutto questo per dire in realtà poche cose: che forse è vero che noi giovani siamo sfuggenti e che con le parole non si va da nessuna parte.
Ma se ci fosse qualcuno pronto ad ascoltare, molti di noi avrebbero tante cose da dire. Forse qualcuna anche sensata.

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